Parole e Pois

Scrivere per sé o per gli altri. Riflessioni da copywriter

scrivania di una copywriter che scrive le sue riflessioni

Il copywriter scrive per gli altri, ovvio. Ma mette un po’ di sé in tutti i suoi testi. O forse no.

Lasciarsi leggere

Subito dopo la laurea specialistica, iniziò quel periodo disperato in cui ogni neolaureato non sa bene cosa fare di se stesso.

Nel mio caso, non sono mai stata abituata a stare con le mani in mano e, soprattutto nell’ultimo anno di università, avevo lavorato, studiato e scritto la tesi. Tutto insieme. Vivendo a Roma.

Bene, puoi immaginare cosa significhi passare da quella vita frenetica, scandita da obiettivi importanti e quasi irraggiungibili, alla vita del paese di provincia, senza impegni e senza grandi prospettive.

Decisi, allora, di impiegare i primi tempi – mentre cercavo il mio lavoro dei sogni in una casa editrice – nella scrittura giornalistica. Quello che avevo studiato, dopotutto.

Mi inventai, da buona ammiratrice di Oriana Fallaci, una rubrica di interviste per cui andavo a incontrare giovani del posto che stavano portando avanti progetti audaci e interessanti. Mi sentivo, senza un soldo in tasca, appagata da quella vita “romantica”.

Il giorno in cui pubblicarono il mio primo pezzo ero terrorizzata: tutti avrebbero letto il mio nome, avrebbero saputo che scrivevo, avrebbero visto cosa ero in grado di fare. Ci fu una persona che mi disse, qualche giorno dopo, che ero “bravina, ma molto scolastica”.

Non sono mai stata una che se la prende tanto per il giudizio degli altri, di solito mantengo la schiena dritta e vado avanti, ma quell’espormi solo attraverso una pagina di giornale, quel rendere le mie parole ambasciatrici, lasciarle andare sole e lasciarle prendere in mano dagli sconosciuti, quello sì. Mi terrorizzava.

Scrivere per gli altri

Umberto Eco diceva che l’unico testo che scriviamo per noi stessi è la lista della spesa. (Che poi, io, manco quella.)

E aveva ragione. I nostri testi parlano di noi, ogni singola virgola, ogni scelta lessicale porta in sé i nostri pensieri, la nostra cultura, le nostre letture.

Quando poi ho iniziato a fare la copywriter, ho imparato a lasciarmi andare. Già, perché pensavo di esser ben nascosta dietro il brand, pensavo che nessuno avrebbe mai saputo che c’ero proprio io rannicchiata lì dietro.

E questa sensazione di libertà, in realtà, la provo ancora adesso.

Quando vesto i panni di un’azienda, mi perdo nella sua voce, e a mia volta presto a quella stessa azienda le mie mani, le mie conoscenze di grammatica e ortografia. E mi sembra di essere mille penne diverse.

Qualche anno dopo, le persone con cui lavoravo iniziarono a dirmi che io c’ero nei miei testi, ero lì tra le righe, mostravo il mio volto nella pagina. Che le mie parole erano chiare, avevano il mio timbro, che fosse un articolo, una mail, un messaggino. Mi sono fermata e ho riletto tutto.

Non ci crederai, ma in quei primi articoli “scolastici”, è vero, non ero io. Oggi, su questo blog sono io. Oggi, quando scrivo per i miei clienti, sono io che mi infilo nelle loro scarpe.

Essere disposti a farsi leggere è difficile, è una sorta di prova del fuoco per chi lavora con la scrittura. È una prova di coraggio, anche.

Ma, te lo assicuro, è anche il modo migliore per conoscersi e guardarsi così come ci vedono gli altri.

Condividi questo articolo con chi ha il terrore di lasciar leggere agli sconosciuti i propri testi!

Lascia un commento
*
*
*

INSTAGRAM