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I freelance e la sindrome dell’impostore: si può guarire?

scrivania di freelance con sindrome dell'impostore

Sei un freelance e devi dare sempre il massimo.

Sì, perché non hai qualcuno che ti copre le spalle o ti aiuta a sostenere il fardello. Visione troppo pessimistica? Forse, ma anche reale.

Probabilmente è proprio per questo che siamo in tanti a soffrire della sindrome dell’impostore.

Impostore io?

La sindrome dell’impostore viene studiata e spiegata negli anni Settanta.

Le psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes coniano questo termine per indicare una condizione psicologica che non permette di interiorizzare i propri successi, anzi condanna a vivere nella paura persistente di apparire come, appunto, impostori.

A soffrirne, spesso, sono proprio persone di successo, che attribuiscono i loro risultati a fortuna, sorte, tempismo e in generale fattori esterni. Di certo non alle competenze, alla fatica e all’impegno.

Attenzione, non si tratta di un disturbo mentale, piuttosto di un tratto caratteriale. Ma questa sindrome sembra sempre più diffusa, in un’epoca ipercompetitiva e stressante come questa.

La paura di non essere abbastanza

Potremmo tirare fuori Socrate, col suo “so di non sapere”, o Robert Hughes che afferma che la presunzione è una prerogativa degli incompetenti.

Certo è che spesso – e non so se capiti anche a te – ci sentiamo inadatti, spaventati da un certo lavoro, anche se non lo diamo a vedere, e fortunati se un lavoro va a buon fine.

Credo che a tutti capiti, almeno una volta, di dubitare delle proprie potenzialità, alla scrivania fissando il cursore che lampeggia. Poi ci si tira su le maniche e si inizia a lavorare a testa bassa e, quando magari il progetto viene accolto e pubblicato senza modifiche, si esordisce con frasi tipo: vabbé, era semplice!, sono stato fortunato perché…

Questa sindrome dell’impostore credo sia strettamente legata allo stress che ci sentiamo addosso in alcune situazioni, alla consapevolezza di poter contare solo sulle proprie gambe e alla volontà di non sentirsi mai arrivati perché, in questa giungla, potrebbe esserci sempre qualcuno migliore di noi.

E il tutto, secondo le stime, aumenta esponenzialmente nel caso di donne che lavorano in ambienti maschili, e aggiungerei maschilisti. Ma per fortuna non è il mio caso, e spero nemmeno il tuo.

Come guarire?

Semplice a dirsi, più complicato a farsi.

Fermati un secondo e, quando stai per consegnare un lavoro, pensa a tutte le ricerche, le correzioni, le riscritture che hai fatto. Pensa ai giorni di riflessione, al processo creativo che hai messo in piedi e al fatto che quelle idee sono tue, solo tue. Nessun altro poteva partorirle.

Hai fallito a volte? È capitato a tutti, ma non guardare sempre tutto in negativo, prenditi anche il buono, datti una pacca sulla spalla e pensa che puoi farcela, anche ad affrontare un lavoro nuovo. Perché l’hai già fatto.

Perché mai qualcuno vorrebbe rivedermi in un altro film? Io non so recitare, perché continuo a fare questa cosa?

Questa frase è stata pronunciata da una delle mie attrici preferite in assoluto, Meryl Streep. Penso che non ci sia molto da aggiungere.

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