Parole e Pois

Essere freelance oggi: liberi o spaesati?

essere freelance oggi

Questo sarà un anno di cambiamenti, per me. Quello appena chiuso è stato un anno di cambiamenti, per tutti. Ma noi freelance ci crediamo ancora?

Pro e contro: ne vale la pena?

Sono diventata freelance per necessità, potremmo dire. L’ho raccontato qui.
Continuo ad essere freelance perché… perché?

Me lo sono chiesta spesso tra la fine del 2020 e gli inizi di questo nuovo anno. Mi sono fatta tante domande, soprattutto sul futuro, ne ho parlato con le persone che mi stanno vicine tutti i giorni, ne ho parlato – in una specie di seduta psicanalitica – anche col commercialista.

Inutile prendersi in giro, chiunque lavora in proprio (e non solo) ha avuto dei contraccolpi su guadagni, clienti, progetti nell’era Covid. Era inevitabile.

Avendo come mio spazio di espressione principale il web, ho tenuto botta. Ho perso qualche cliente, ma era inevitabile. Anzi, ho capito profondamente le loro motivazioni e non sono nemmeno riuscita a tenere il muso per la mia abituale mezza giornata.

Ma nel momento in cui arrivi a un’età matura, dopo anni di esperienza e con nuove scelte che condizioneranno comunque il tuo lavoro, la domanda è una: ne vale pena?

• Vale la pena dover far quadrare i conti? Tenerti la contabilità e scriverti i preventivi (che odi) oltre che About Page e newsletter?

• Vale la pena non avere orari o giorni fissi e dover lavorare anche di sabato e anche dopo le 18?

• Vale la pena impegnarti a prendere più progetti possibili e poi dover ridare indietro, nella tassazione, buona parte di quegli extra sudati?

No, non sto per dirvi che ne vale la pena perché essere freelance è bello e figo, puoi lavorare comodamente da un resort a Marrakech senza sudare e con un cocktail ghiacciato di fianco al pc. Proprio no.

Io non lo so onestamente se ne vale la pena, ma ho messo nero su bianco quello che mi piace e quello che no, non mi scende. E la cosa principale che amo dell’essere freelance la dice la parola stessa: sono libera.

La libertà di essere free(lance) spaesati

Essere libera di sperimentare, dedicarsi a progetti diversi, non avere limiti – se non quelli fisici e soprattutto psicologici – non dover rendere conto a un capo oppressivo che conta i minuti che impieghi a fare quella cosa lì. Poter scegliere con chi lavorare e con chi no. Poter mandare all’altro paese la persona irrispettosa.

Tutto questo fa parte dell’essere freelance. Del poter gestire rapporti e compiti secondo la tua personale scala di valori e di priorità.

Avere la possibilità di crescere e cambiare pelle insieme ai clienti con cui hai creato un legame speciale, fatto di parole e non solo. Collaborare con professionisti che si riconoscono nel tuo stesso metodo e nella tua stessa etica.

Ecco, questo è tutto fantastico. E questi sono i motivi principali per cui manteniamo aperte le nostre Partite IVA.

Ma, diciamoci la verità, questo non basta. Non basta se non veniamo affiancati da un sistema che ci spalleggia, da colleghi leali, da clienti che si affidano e si fidano di noi.

Questo è lo scenario ideale, che può verificarsi sì, ma non sempre. Per questo noi freelance siamo sì liberi, ma a volte ci sentiamo anche così spaesati. Quasi persi tra mille possibilità, mille occasioni, mille incombenze.

Io ho deciso di darmi ancora una possibilità, di continuare a lavorare sui miei desideri, di continuare a imparare che significa imporre le mie condizioni e la mia visione di fronte a chi non ha idea dell’etica professionale e del rispetto. Ho deciso di tenere duro e credere, ancora, in questo progetto.

Ma soprattutto in me stessa.

Non nascondiamoci dietro i feed perfetti di Instagram, dietro una voce squillante su Clubhouse – sì, ora devo metterci anche questa – dietro articoli sempre positivi e motivazionali. Noi freelance dovremmo mostrare la verità e dire che per intraprendere quest’avventura bisogna afferrare il coraggio a quattro mani e avere una presa salda, senza abbassare mai lo sguardo.

E poi, quest’avventura ci cambia. Ogni anno, ogni progetto, ogni persona o professionista che incrociamo ci lascia segni e cicatrici, o magari ci stende un cerotto.

Certo è che dubitare, mettersi in discussione, dire che a volte ci si ferma e ci si chiede se si è fatta davvero la scelta giusta, è umano. Normale.

Io sono un’altra persona rispetto a 5 anni fa. Sono un’altra professionista, che continua a studiare e cerca di apprendere nuove nozioni e ampliare le proprie competenze. Sono anche una donna che ha superato i 30 anni, che sta per intraprendere un cammino nuovo e che non ha alcuna garanzia sul futuro.

Finché posso contare sulle mie forze, però, ci provo. Ammaccata e con tante domande sussurrate. Ci provo ancora.

Vieni allo scoperto anche tu. Mostra cosa vuol dire essere un freelance e credici. Comunque.

Forse, ne varrà la pena.

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