Parole e Pois

Storia a pois. Tra Kusama, Minnie e identità visiva

storia a pois

Lo scorso inverno, quando ho visitato il museo di Yayoi Kusama a Tokyo, ho pensato che avrei dovuto scrivere un articolo su questa eccentrica artista, signora dei pois, ma anche una riflessione sullo storico pattern

Quale migliore occasione se non l’invito di Anna Lisa a scrivere un articolo sul suo blog, che di pois si circonda.

Yayoi, sin da piccola nella sua Matsumoto in Giappone, amava immergersi in un mondo fatto di puntini più o meno regolari, generati dalle sue allucinazioni visive e uditive, che più tardi furono attribuite a un importante disturbo dissociativo.

Questa ossessione diventa per lei non solo una esternazione emozionale, ma una vera e propria terapia: nei pois trova la soluzione per affrontare i suoi problemi, tanto da definire il suo lavoro auto-obliterazione, un gesto ripetuto all’infinito fino all’annullamento del pensiero. 

Nel libro illustrato Yayoi Kusama: From Here to Infinity viene così raccontato il suo arrivo in America all’etа di 27 anni:

A New York, Yayoi salì in cima all’Empire State Building, l’edificio più alto in una città di edifici alti. Quando guardò giù vide autobus e automobili, taxi gialli che sfrecciavano per le strade, e banchieri e insegnanti e artisti che si affrettavano per andare al lavoro: lassù dall’ottantaseiesimo piano sembravano dei puntini.

Yayoi iniziò a trasformare i suoi punti in veri e propri dipinti. Dipingeva quando aveva freddo, dipingeva quando aveva fame, dipingeva quando era sola. 

Era fedele ai suoi punti, poiché rappresentavano un modo per pensare al mondo, persa tra le stelle, come un puntino tra milioni di altri.
Come un modo per pensare all’infinito.

Anche oggi a 91 anni nell’ospedale psichiatrico dove ha scelto di vivere, Yayoi Kusama continua a coltivare la sua Dot Obsession, dipingendo e componendo poesie per lasciare al mondo un messaggio di speranza e pace.

Facciamo il punto.

Quelli di Kusama finiscono anche in una edizione limitata di borse di Louis Vuitton. Impossibile dunque raccontarli senza coinvolgere la moda.

La parola pois compare per la prima volta in stampa nel 1857 sulla rivista americana Godey’s Lady’s Book, per descrivere il tessuto di una sciarpa “circondata da un bordo smerlato, ricamato in file di pois rotondi”.

Prima dell’800 non esistevano macchinari capaci di stampare tessuto con punti equidistanti su larga scala, dunque i puntini disegnati risultavano irregolari ed erano considerati di cattivo augurio perché ricordavano le macchie che sporcavano i vestiti dei malati. 

I pois stampati diventano poi molto in voga in America negli anni ‘30, dove vengono chiamati polka dot (dal popolare ballo polacco, probabilmente perché i puntini di diverso colore indicavano le varie scuole di ballo). Qui, oltreoceano, vengono ritenuti adatti ai bambini per la loro semplicità e “salubre vivacità”, applicati su culle, lenzuola, giocattoli.

Forse proprio per questo motivo questa fantasia è stata scelta da Walt Disney per decorare l’abito di Minnie Mouse, la perenne fidanzata di Topolino, con l’iconica gonna rossa a pallini bianchi.

Più tardi conquistano anche lo stile di Christian Dior, che dichiara a Vogue che la sua, ormai storica, collezione decorata coi i pois cercava di “rendere le donne stravaganti, romantiche e femminili”.

Stravagante, proprio come la “zebra a pois”, cantata da Mina nel 1960 per mostrare la sua versatilità, una trasgressione canora che le permette di allontanarsi dai canoni sanremesi nei quali non si riconosce.

Mettiamo i puntini sulle i.

Oggi, i pois evocano inevitabilmente uno stile retrò, ci fanno pensare agli anni ’50, quando dilagavano su accessori e tessuti. Il loro carattere originale, pop e spiritoso, ma al tempo stesso geometrico regolare e misurato, può diventare un potente simbolo di identità

Proprio qui volevo arrivare. 

Quando pensi all’identità di una persona, pensi agli attributi che la rendono quella che è, e per questo unica. 

Per un brand, qualsiasi brand, è fondamentale avere una identità definita attraverso degli elementi visivi distintivi, capaci di renderlo ricordabile, riconoscibile, e differenziarsi dagli altri, con colori, caratteri e motivi ricorrenti, ripetuti ossessivamente proprio come un infinito pattern a pois.

Pensiamo al rosso della Ferrari o alla forma della bottiglia della Coca Cola: questi non sono elementi che fanno parte del logo, ma come, e più di questo, ci riportano il brand alla mente grazie alla memoria visiva.

Punto.

Se la tua identità fosse un elemento visibile, cosa sarebbe? Il mio sicuramente il colore rosa!

Jukuki, Visual Designer con il pallino del rosa. Mi occupo di User Experience e Brand Identity design da oltre quindici anni. Adoro le cose al contrario.

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