Parole e Pois

Le (tue) parole fanno male

le (tue) parole fanno male

di Antonia Mattiello

A noi che per lavoro ci occupiamo di parole piace pensare che queste siano uno strumento salvifico, che liberino la verità, esprimano la bellezza e arricchiscano la nostra cultura aiutandoci a decifrare il mistero della vita.

Ne percepiamo la potenza, ne ammiriamo la complessità anche se, talvolta, ne sottovalutiamo gli aspetti negativi.

Le parole, ahimè, se mal impiegate, scaraventate di getto sulla carta o sullo schermo, se espresse senza controllo o con fini poco nobili, possono prendere le sembianze di coltelli affilati, strumenti distruttivi. Sono in grado di ribaltare il senso delle cose, confondere il vero e incitare a comportamenti tutt’altro che buoni.

Ma quando le parole che scriviamo fanno male?

Quando servono a escludere un gruppo

A volte scriviamo/leggiamo senza accorgerci che il messaggio riguarda un solo gruppo di persone, solitamente il gruppo sociale dominante, escludendo tutti gli altri.

Vedere il mondo e descriverlo soltanto da un punto di vista, limita anche la nostra comunicazione. Guardare il mondo indossando degli occhiali con lenti colorate ci fa perdere le sfumature e appiattire la varietà.

Pensiamo alle storie che leggiamo o raccontiamo, ai personaggi che ne sono protagonisti. Gli attori dell’azione dei romanzi che scegliamo, sono per caso sempre persone appartenenti a un certo livello culturale o economico, di una certa età, di una certa provenienza o sesso?

Insomma, ci stiamo adagiando sul cuscino degli stereotipi o ci stiamo sforzando di osservare il complesso e ricchissimo caleidoscopio di variabili che è la realtà?

Quando prediligono o raccontano un solo genere

Da traduttrice spesso mi scontro con la capacità di alcune lingue di non prediligere un genere in particolare e rivolgersi a tutti senza distinzione di genere o, andando ancor più nello specifico, di orientamento sessuale.

Un esempio per tutti, l’inglese che, a parte alcuni casi, non sente la necessità di distinguere tra maschio e femmina. La parola worker, per esempio, indica al contempo sia un lavoratore sia una lavoratrice.

L’italiano, è vero, possiede delle desinenze specifiche per il maschile e il femminile (-o/-a; -tore/-trice; -e/-essa), ma osserviamo anche che molti sostantivi maschili, in particolare termini riguardanti alcune professioni, non hanno un loro corrispondente femminile.

Abbiamo il maestro e la maestra, il poeta e la poetessa, ma ci sembra ancora strano (o addirittura stridente) dire il chirurgo e la chirurga, il sindaco e la sindaca.

Per non parlare di come l’italiano consideri i gruppi di persone: se in una classe ci sono un maschio e venti femmine è sempre e comunque una classe di bambin-I o di alliev-I. In inglese saranno sempre e indistintamente tutti children o students.

A questo proposito, credo che noi che scriviamo abbiamo il dovere attraverso il nostro lavoro di sdoganare e normalizzare termini più inclusivi o avere perfino il coraggio di crearne di nuovi.

Quando vengono usate per incutere paura o incitare all’odio

Qui vi invito a riflettere sulla responsabilità sociale delle parole.

Mi viene in mente un articolo uscito poco tempo fa su La Repubblica intitolato: “In Brianza mamma grida negro di m. a un bambino”.

Vedete dove sta il problema? Il racconto di un episodio razzista riportato da un titolo altrettanto razzista, poiché censura la parola merda e non la parola negro.

Il compito di un giornalista non dovrebbe essere intaccato da un giudizio o da un pregiudizio personale, o almeno così dovrebbe essere. Lo stesso vale per chi con la scrittura giustifica atti di violenza o la cultura dello stupro.

Tornando agli articoli dei quotidiani, la narrazione di casi di femminicidio spesso riporta espressioni come “gigante buono”, “lei lo voleva lasciare”, “lui l’amava troppo”.

Quando prendono invece che dare

Per questo aspetto, mi sposto su un versante meno scosceso ma non per questo meno impegnativo.

Quando scriviamo non dobbiamo mai dimenticarci che abbiamo una responsabilità nei confronti di chi legge, del suo tempo e del valore dei contenuti che produciamo. Molti autori spesso si trovano a dover riempire dei vuoti con parole altrettanto vuote, pur di portare a casa la pagnotta o di rispettare un calendario editoriale.

L’altalena della creatività, come ben tutti sappiamo, oscilla e a volte rallenta. Tuttavia, l’etica professionale e la passione per il nostro lavoro costruito su e con le parole dovrebbe perlomeno farci puntare a scrivere qualcosa di valido, che ispiri o che non sia un mero riempitivo.

Di fronte a fenomeni verbali di questo tipo noi traduttori, copywriter, giornalisti, editor, scrittori, blogger ci troviamo di fronte a un bivio.

Possiamo prendere una strada contemplativa, come degli etologi di fronte alle abitudini e i comportamenti di una certa specie animale, e cioè osservare, senza intervenire, come le parole possano ferire e lenire, edificare o radere al suolo, istruire o rendere ignoranti.

Oppure possiamo scegliere un’altra strada. Incaricarci della loro cura e della loro evoluzione dando per primi il buon esempio, come genitori imperfetti ma che, come diceva Donald Winnicott, sono “sufficientemente buoni” poiché allevano le proprie creature assecondando i loro talenti.

✍🏼 Antonia Mattiello. Mi chiamo Antonia Mattiello e nella vita faccio tante cose con le parole. Scrivo, traduco dall’inglese e dallo spagnolo e insegno. Non mi pagano ancora per leggere ma ci sto lavorando. Quando posso viaggio, nei miei viaggi amo visitare mercati, biblioteche e prendere un caffè mentre guardo la gente passare e fingere per un attimo di aver sempre vissuto lì.

Il titolo di questo articolo è stato ispirato da una delle canzoni di Cremonini che amo di più, soprattutto se cantata da Fiorella Mannoia (Cesare, non volermene).

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