Parole e Pois

Tu, lei, voi: breve storia delle persone

pagina di libro che racconta storia delle persone.

«Batti, batti lei!»

Qui non potevo farne a meno. Iniziare un articolo sull’uso delle persone senza citare Fantozzi sarebbe stato un errore imperdonabile.

Ora – solo ora – possiamo iniziare a parlarne con una certa serietà.

Dal voi al lei al voi

In principio c’era il tu.

Già, perché nell’antica Roma si usa la seconda persona singolare per tutti. Che si trattasse di amici, famiglia o superiori, poco cambiava.

Intorno al I secolo d.C., quando gli imperatori iniziano a parlare con il noi, viene fuori l’uso del voi come segno di rispetto, riservato solo ai “capi”.

Il sommo Dante, ad esempio, qualche anno dopo nella sua Divina Commedia si rivolge alle anime che incontra con il tu e dà del voi solo a Beatrice, la donna amata, e ai personaggi più importanti.

Dal `voi’ che prima a Roma s’offerie,
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie;

Tra Quattro e Cinquecento inizia a far capolino il lei: il primo a scrivere “la sua signoria” è Lorenzo il Magnifico, per rivolgersi ai colleghi. Con la dominazione spagnola si afferma la terza persona singolare, anche se il voi mantiene il suo ruolo di segno di “superiorità”.

Galileo scrive nella sua dedica a Ferdinando II de’ Medici, in Dialogo sopra i due massimi sistemi, l’appellativo «Vostra Altezza» e continua così:

Con che pregandole prosperità, per crescer sempre in questa sua pia e magnanima usanza, le fo umilissima reverenza.

Questa situazione di compresenza rimane pressoché invariata fino all’Ottocento: il lei – che diventa anche ella – è segno di massimo rispetto; il voi, indica un rapporto fra pari (spesso è anche usato per i più anziani della famiglia); e il tu per amici e parenti.

Ad esempio nei Promessi sposi:

• Perpetua dà del lei a don Abbondio, che le risponde con il voi;
• Lucia dà del voi alla madre Agnese;
• fra Cristoforo dà del tu a Renzo e del voi a Lucia.

Arriviamo così al primo Novecento, quando il lei inizia ad affermarsi a scapito del voi, anche nella letteratura.

Ma il ventennio fascista rovescia la situazione. Il lei viene considerato un retaggio straniero e viene quindi vietato: si torna al voi, della tradizione latina, usato negli uffici pubblici e nei cerimoniali.

Sarà solo nel secondo dopoguerra che ci si libererà di questo utilizzo “militarizzato”: il voi rimane solo in alcuni ambiti e in molti dialetti, soprattutto meridionali. In Abruzzo spesso ci si rivolge agli anziani ancora con il voi.

Oggi ci diamo del tu e del lei. A volte anche come accade nella celeberrima scena di Fantozzi.

E i brand?

Nella comunicazione commerciale si utilizza sempre più il tu. Nell’oralità, ma anche e soprattutto nella scrittura.

Come spiegare questa tendenza?

La scrittura ricalca oggi sempre più una lingua colloquiale, immediata. L’esigenza è quella di creare un legame con l’ascoltatore: per farlo è necessario parlare la stessa lingua, comprendersi, e mettersi allo stesso livello.

La logica orizzontale, introdotta da Internet e dai social, è ormai preponderante: siamo noi, azienda, e tu, persona. Parliamo proprio a te, ci capiamo, siamo uguali, proviamo le stesse cose e abbiamo gli stessi desideri e le stesse necessità.

In quest’ottica, soprattutto all’estero, anche gli uffici stanno iniziando ad adottare il tu per le comunicazioni istituzionali. L’obiettivo è di nuovo lo stesso: creare un ponte, avvicinarsi, mettersi al pari.

La nostra lingua parla di noi, della nostra storia, del nostro modo di comunicare. Ricordiamoci sempre questo. E ricordiamoci anche di Fantozzi.

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