Parole e Pois

Manzoni e la claustrofobia da social

claustrofobia-da-social

Non ho mai sofferto di claustrofobia, fino a qualche mese fa. Già, perché ho iniziato a soffrire di una nuova variante di questa patologia, quella da social.

La storia si ripete. Le parole pure.

Proprio qualche giorno fa mi è capitata davanti agli occhi, mentre leggevo un giornale, questa citazione:

Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare in gran parte, il corso lungo e storto delle parole, prendendo il metodo proposto da tanto tempo d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.

E allora mi è tornato quel guizzo che mi prende tra gola e stomaco quando leggo delle righe così musicali, profonde e perfette – quelle che avrei voluto scrivere io insomma – e mi sono messa a cercare il preciso passo e il relativo commento.

Stiamo parlando di una delle Opere, uno dei grandi classici che ho imparato a rispettare con un timore quasi reverenziale: ricordo ancora la copia illustrata finemente che mio nonno custodiva e che mi faceva sfogliare. Lui non la capiva fino in fondo, ma ne comprendeva il peso: non era molto istruito, ma sapeva riconoscere la cultura e comprava libri come quadri, scrigni di chissà quali segreti e verità.

Ma, sto perdendo il filo del discorso. Questo passo è tratto da I Promessi Sposi: tutti abbiamo letto questo capolavoro a scuola, in pochi l’abbiamo riletto da adulti. Io l’ho fatto quando preparavo un esame (mastodontico) all’Università ed è stato uno di quei libri rivalutati, una vera e propria miniera di idee e storie ancora attuali.

Manzoni sta parlando della peste, e in particolare del modo in cui viene vista e vissuta questa malattia. A differenza di molti, non crede che sia un anatema inviato dal Cielo – e questo non è scontato, visto che anche nel 2021 c’è chi lo sostiene – ma nemmeno qualcosa contro cui non ci si possa in qualche modo difendere. Ricerca, insomma, delle responsabilità dell’uomo, e precisamente si interroga su come si affronti la questione: su come la affrontano le autorità e i funzionari in primis, i medici che scaricano la colpa sugli untori, ma soprattutto si scaglia contro l’ignoranza della gente.

Gente che nega l’esistenza della malattia o, se proprio deve accettarla, mette in campo disegni e congetture superstiziose, richiamando legami soprannaturali o fantomatici poteri esoterici (che oggi potremmo tradurre con “poteri forti”).

Il Manzoni conclude la sua descrizione di quel momento accostando alla devastazione fisica e sanitaria quella della società e della morale.

Ti ricorda qualcosa?

Troppe parole.

Ora, sono andata così lontana perché quando ho letto quell’espressione, “il corso lungo e storto delle parole”, è come se io mi fossi ritrovata in quello stesso mondo. È come se lì dentro fosse condensato il mio malessere nei confronti dei social, che ormai rappresentano la vera piazza con tutti i suoi chiacchiericci e le sue risate sguaiate.

Sono rimasta molto in silenzio, ho aperto poco le app, se non per guardare video divertenti – cagnolini e trash sempre – o seguire i profili che consigliano libri, film e serie tv. Quando sotto un post a base di politica o salute vedo un numero di commenti a due cifre, sento quasi una stretta alla gola.

Ho visto persone farsi video mentre entravano nel tendone delle vaccinazioni e piangevano. Ecco, no.
Ho letto post di gente che ancora si oppone all’esistenza del Covid – come se questo fosse possibile – e rivendica libertà costituzionali senza aver idea nemmeno di cosa sia una Costituzione.
Ho ascoltato filippiche sulla necessità per le donne di non radersi le gambe, perché così ci vuole il patriarcato, e non rendersi conto di essere schiave di un’immagine ormai stereotipata della femminista social.

E poi, chi sono questi Creator o non-so-cosa che non fanno altro che pubblicare ogni giorno storie strappalacrime sulla sindaca afghana, il ragazzo bullizzato, l’atleta italiano e nero, il suicida per razzismo?

Come si fa a banalizzare la realtà, così sfaccettata e così ricca di sfumature, in sentenze buttate da dietro uno schermo? Come si fa a battere sulla tastiera parole di odio, giudizi, prese di posizione che non ammettono pareri diversi?

Ecco, i social mi danno la claustrofobia. L’opinione a tutti i costi mi dà claustrofobia. Per questo ultimamente anche Parole&Pois è rimasto più in silenzio.

Perché vedo colleghi che danno pareri su tematiche importanti, che parlano di copy ma dicono che noi tutti dobbiamo schierarci – mamma, quanto piace questa parola – sulle questioni importanti. Schierarci nei reel, nelle storie parlate, condividendo immagini?

Non serve usare tante parole a volte, sì l’ho detto. Le parole sono importanti, certo, altrimenti farei un altro mestiere: ma quando sono troppe significano rumore, riempitivo.

Le parole devono far succedere le cose, devono essere concrete, devono poggiare su fatti o presentarsi come pareri. Non serve schierarci davanti allo schermo e predicarci femministe quando poi giudichiamo le vite delle altre. Non serve il tuo parere sulla morte o sulla condizione di una persona che non conosci e che non sai cosa nasconde dentro di sé.

Bisogna applicare il metodo di cui parla Manzoni, non rinunciare ad avere le nostre idee ma vedere nel confronto la ricchezza. Usare le parole, ma saper rimanere anche in silenzio. E contare fino a 500 prima di cliccare il tasto Pubblica.

Anche perché io, le vostre certezze, un po’ ve le invidio.

Lascia un commento
*
*
*

INSTAGRAM