Parole e Pois

Inclusione nella scrittura: quanto è difficile?

inclusione nella scrittura

La parola di questi tempi è una: inclusione. Ed è una parola che mi piace, ma che rende a volte più difficile il nostro lavoro di addetti alla scrittura.

O forse solo più attento?

Cose che non dovrei dire

Ok, sto per rivelare una cosa che potrebbe farmi perdere credibilità come copywriter.

Odio le x in chiusura delle parole, per evitare di definire il genere.

L’ho detto. E forse ora penserai che io sia una specie di estremista, fascista, oppure una cieca purista arroccata sulla mia torre d’avorio.

Assolutamente no (tentativo di rassicurazione numero 1). Ritengo sacrosanto il diritto di ogni persona di vivere la propria vita come sente e crede, so di non avere il diritto di giudicare le scelte e le abitudini più intime degli altri. E credo che tutto ciò dovrebbe essere naturale, scontato.

Ma – e qui sto per dire un’altra cosa per cui potresti guardarmi con occhi diversi – come donna ho una visione del femminismo che a volte non corrisponde del tutto a quella predominante oggi.

Credo che l’uso di termini al femminile sia giusto e assolutamente corretto (tentativo di rassicurazione numero 2), quindi non ho problemi a definire un’avvocata o una direttrice d’orchestra come tali, ma allo stesso tempo so che l’uso del maschile ha una sua storia, delle sue coordinate che andrebbero analizzate e contestualizzate.

Le cose possono e devono cambiare, ma in modo naturale.

La lingua, che mistero!

Ho studiato diverse cosucce sull’italiano, dopotutto sono una laureata in Lettere che ha affrontato prove di grammatica, latino e linguistica. Quando ascolto i dibattiti sulla lingua, penso sempre che ci illudiamo se pensiamo di poter controllare e stabilire a tavolino quale sarà il futuro del nostro codice linguistico.

La guerra agli anglicismi esasperati, al maschile sempre e comunque, alle parole più volgari e offensive sono giuste, in linea teorica, ma devono specchiarsi nell’uso dei parlanti.

Il linguaggio che usiamo è un riflesso di ciò che pensiamo, quindi di quello che sappiamo, leggiamo, conosciamo, crediamo. È una conseguenza del nostro modo di vedere il mondo e di esprimerlo.

Per questo, prima di imporre le x o vietare i termini inglesi, è necessario lavorare sulla cultura, sulla scuola, sulla mentalità degli italiani.

Qualche consiglio per chi scrive

Se stai leggendo questa parte dell’articolo, vuol dire che mi hai dato una chance. Ancora.

Se sei un addetto o un’addetta alla comunicazione, come me, avrai incontrato qualche piccola difficoltà e avrai pensato più volte a come rendere il tuo testo il più inclusivo possibile.

Ecco, a me è capitato. Mi sono confrontata sull’argomento con colleghi e colleghe, oltre che con la cliente, ho osservato i comportamenti delle persone sul sito a cui stavo lavorando. Ho capito che loro non percepivano proprio quello come un problema, ma come una raffinatezza.

Non notavano proprio l’eventuale uso del maschile, in quel caso. Perché io mi stavo facendo tutti quei problemi? Ho fatto una riflessione, a quel punto.

La nostra cerchia sente forte questa problematica: probabilmente perché l’italiano è la nostra materia prima, perché facciamo un lavoro che ci porta ad aggiornarci e studiare continuamente, ad anticipare le tendenze che devono ancora arrivare al grande pubblico.

Questo a volte può scollarci dalla realtà, e ciò non dovrebbe mai succedere. Noi non siamo donne e uomini di penna, che fanno esercizi di stile, ma artigiani e artigiane, che plasmano le parole per renderle più adatte alla comprensione, per facilitare gli scambi comunicativi, per far arrivare i messaggi. E dobbiamo, quindi, conoscere perfettamente il contesto in cui ci muoviamo.

Ma, abbiamo un vantaggio. Sappiamo come potrà evolversi il paradigma della comunicazione, sappiamo che col tempo, forse, si affermeranno nuove tendenze, che le prossime generazioni probabilmente vedranno come la normalità lo schwa nei testi, così come noi diamo ormai per scontata la presenza di vocaboli stranieri nei nostri discorsi.

Facciamo scorrere il tempo senza costrizioni, lavoriamo nel nostro piccolo per rendere la lingua più accogliente e silenziosamente per costruire un panorama comunicativo pronto a includere, davvero, in un futuro prossimo.

Ecco, allora i miei consigli:

• usa lo schwa, se lo ritieni utile e necessario, ma assicurati che il destinatario ne comprenda l’utilizzo. Valuta anche il supporto usato e la leggibilità, altrimenti rischi di escludere altre persone;

• prova a pensare in maniera differente: trova delle strategie per evitare di caratterizzare il genere. Gioca con l’italiano! (Questa è stata l’opzione che ho scelto io per quel sito di cui parlavo sopra).

E poi segui chi può davvero aiutarti a comprendere meglio la questione dell’inclusione. Le mie preferite sono queste tre donne: Vera Gheno, Valentina Di Michele e Alice Orrù, che puoi trovare sui social e sul web con i loro progetti davvero interessanti.

Al di là delle riflessioni più astratte, il mio consiglio è questo: usa una buona lingua, pensa sempre in funzione della persona oltre lo schermo e contribuisci, nel tuo piccolo, a costruire una comunicazione inclusiva.

*Io ci ho provato anche in questo articolo!

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