Parole e Pois

Formule istituzionali o comunicazione “leggera”: qualche spunto

piuma simbolo della leggerezza della comunicazione contrapposta a formule istituzionali

Tutti abbiamo a che fare con lei, la comunicazione istituzionale.

Un avviso incollato con troppa fretta sulla porta di un ufficio, una mail dalla banca, uno scambio di corrispondenza con l’addetto alla segreteria o un amministrativo.

Ogni volta che leggo quelle formule così vuote e allo stesso tempo pesanti, mi sento così scorata e una sola parola rimbomba nella mia scatola cranica: perché?

All’università seguii un corso di comunicazione istituzionale e la nostra professoressa ci mostrava la gestione di alcune situazioni – piuttosto assurde – da parte di Enti, partiti, Governo. E mi facevo, sempre, la stessa domanda: perché?

L’equazione paroloni uguale cultura

Credo che la radice di questo comportamento vada cercata tra i banchi delle scuole elementari.

Sì, perché i maestri – non tutti ovviamente – ci hanno inculcato quell’idea per cui più paroloni inseriamo in una frase, e più questa occupa spazio, più dimostriamo la nostra cultura.

Qualche anno fa ho partecipato a un ciclo di formazione all’università: alcuni di quei ragazzi hanno poi seguito un laboratorio di scrittura e ci hanno presentato degli elaborati.

Io e il mio collega eravamo sconvolti dalla lunghezza dei periodi e da quella volontà persistente di complicarsi la vita, di far andare a braccetto subordinate con subordinate. Quando sarebbe bastato mettere in fila un soggetto, un predicato e un complemento.

Ecco, no, non è così.

L’obiettivo della comunicazione è lasciar passare un messaggio, renderlo accessibile all’altro.

Quindi a cosa servono quelle formule trite e ritrite, quei saluti infiocchettati, quegli incipit che sembrano odi alle Muse? A gonfiarsi l’ego, forse, a portare avanti una tradizione errata, sicuramente.

Semplicità non significa banalità, ricordiamolo sempre.

Formule e alternative

Facciamo un gioco, proviamo a sostituire alcune delle formule più frequenti con delle locuzioni più “umane”.

Egregio Signor X: qui possiamo scegliere diverse alternative, anche a seconda del rapporto che abbiamo con quella persona. Ma un semplice Buongiorno Signor X non è mai sbagliato;

Distinti saluti: pensiamo al significato di queste parole, all’abbinamento, all’obiettivo. Non sarebbe più semplice dirsi A presto, Spero di risentirti, Aspetto tue indicazioni, Ti abbraccio, Le auguro una buona giornata…?

Con la presente: inutile, ecco come definirei questa formula usata spesso in apertura di mail. Entra nel vivo, Le scrivo per avere informazioni su, Questa mail è una richiesta di, Vorrei avere qualche informazione su. Subito.

Si consiglia: l’impersonale è qualcosa di davvero odioso. Per chi, da buon copywriter, lavora ogni giorno alla personalità dei testi, pensare che qualcuno al contrario si adoperi per spersonalizzare le parole è davvero assurdo. Il noi e il tu possono essere un’ottima strada, anche per le istituzioni.

Avverbi, nominalizzazioni, aggettivi ridondanti e senza significato: tutti protagonisti delle comunicazioni di questo genere che potrebbero essere comparse. Appesantiscono, non danno informazioni utili, insomma allungano il brodo.

E infine – perché succede sempre, credimi – si può perdere qualche secondo per inserire un accento al suo posto, invece di sostituirlo con un apostrofo. I caratteri speciali sono lì per questo.

Una comunicazione leggera e umana

Questo è il mio desiderio.

Che anche la comunicazione col panciotto capisca che si possono abbandonare alcune costruzioni retoriche e stereotipate, per dare più senso alle parole, per parlare la lingua delle persone a cui si rivolge e non per questo perdere autorevolezza.

Qualche esempio? I Paesi anglosassoni, in questo, sono molto più avanti di noi. Le Pubbliche Amministrazioni comunicano in modo semplice, accessibile, funzionale. Addirittura anche la Regina fa capolino sui social con caption che non rinnegano il tono di voce reale, ma lo rendono vicino al popolo.

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